Adeguata retribuzione per i medici specializzandi

L'Avv. Ezio Bonanni ha svolto e svolge la sua attività professionale anche nel settore della tutela dei medici al fine di tutelarne il diritto alla adeguata retribuzione per i periodi di specializzazione in attuazione delle direttive comunitarie per lungo tempo disattese nel nostro paese. La Corte di Cassazione, III Sezione Civile, con la sentenza n. 17350 del 2011, ha accolto il ricorso dell'Avv. Ezio Bonanni, con annullamento della sentenza del Tribunale di Roma che aveva negato la tutela di questo diritto, e quindi rendendo un importante contributo, per il ristabilimento della legalità.

 

a. La fattispecie.

Per il periodo dal 1983 al 1991, gli specializzandi medici, nel nostro Paese, non hanno ricevuto alcun compenso, contrariamente a quanto stabilito dal Legislatore comunitario con le direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, e con un ingiusto pregiudizio, e anche nei periodi successivi, quanto percepito non corrisponde alla adeguata retribuzione loro dovuta.

Già la Corte di Cassazione a SS. UU., con  la Sentenza n. 9147/2009 aveva regolato la materia con il seguente principio regolatore «In caso di omessa o tardiva trasposizione da parte del legislatore italiano nel termine prescritto delle direttive comunitarie (nella specie,le direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76 CEE, non autoesecutive, in tema di retribuzione  della formazione dei medici specializzandi) sorge, conformemente ai principi più volte affermati dalla Corte di Giustizia, il diritto degli interessati al risarcimento dei danni che va ricondotto - anche a prescindere dall’esistenza di uno specifico intervento legislativo accompagnato da una previsione risarcitoria - allo schema della responsabilità per inadempimento dell’obbligazione ex lege dello Stato, di natura indennitaria per attività non antigiuridica, dovendosi ritenere che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario ma non anche alla stregua dell’ordinamento interno. Ne consegue che il relativo riconoscimento, avente natura di credito di valore, non è subordinato alla sussistenza del dolo o della colpa e deve essere determinato, con i mezzi offerti dall’ordinamento interno, in modo da assicurare al danneggiato un’idonea compensazione della perdita subita in ragione del ritardo oggettivamente apprezzabile, restando assoggettata la pretesa risarcitoria, in quanto diretta all’adempimento di una obbligazione “ex lege” riconducibile all’area della responsabilità contrattuale, all’ordinario termine decennale di prescrizione».

Con la Sentenza n 17350 del 2011, la Corte di Cassazione, nell’accogliere il ricorso dell’Avv. Ezio Bonanni, ha inteso «in primo luogo dare continuità all'insegnamento delle Sezioni Unite sulla qualificazione della pretesa degli specializzandi relativa alla mancata remunerazione per l'attività prestata nell'ambito dei corsi di specializzazione» per riaffermare il diritto ad ottenere quanto dovuto, con termine prescrizionale decennale, e ha dunque annullato la Sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva stabilito il più breve termine della prescrizione quinquennale.

b. La natura giuridica della responsabilità per violazione degli obblighi di recepimento ed esatta trasposizione delle direttive comunitarie.

La Corte di Cassazione con la Sentenza 17350 del 2011 declina quei principi giuridici già affermati dalle SS.UU., e ritiene che la fonte di responsabilità dello Stato e dei Ministeri risieda nell’inadempimento di un obbligo di legge, e perciò stesso possa rientrare nel termine decennale di prescrizione: «l’intento delle Sezioni Unite, là dove hanno fatto quella affermazione sembra da relativizzare, cioè si deve intendere parametrato esclusivamente alla qualificazione di illiceità ed antigiuridicità alla stregua di quelle norme e secondo le note identificative della fattispecie da esse previste. Infatti, avendo le stesse Sezioni Unite qualificato il comportamento de quo come determinativo di un’obbligazione di natura “contrattuale”, cioè direttamente originante dall’inadempimento di un obbligo, quello di attuare la direttiva comunitaria ed avendo Esse, in ossequio a quanto imposto dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, considerato tale inadempimento come determinativo di un diritto al risarcimento del danno a favore del singolo, è palese che Esse non hanno affatto inteso escludere in assoluto il carattere antigiuridico ed illecito (nel senso di contra ius) del detto comportamento sul piano dell’ordinamento interno. Le Sezioni unite, cioè, venendo in considerazione la pretesa degli specializzandi di un risarcimento per mancata consecuzione di un’adeguata remunerazione (ma non diversamente è a dire per la pretesa al risarcimento per la mancata attribuzione al titolo di studio a suo tempo conseguito di un valore idoneo a consentirne l’utilizzazione in ambito comunitario, che costituisce l’altro possibile pregiudizio derivante dall’inattuazione delle direttive in discorso), cioè di un diritto che le note direttive imponevano fosse loro riconosciuto dall’ordinamento interno, hanno considerato tale pretesa come riconducibile al concetto generale dell’obbligazione e, dovendo individuare sul piano dell’ordinamento interno la fonte di quest’ultima e la sua collocazione alla stregua dell’art. 1173 c.c., hanno considerato il comportamento dello Stato di inadempimento della direttiva come un fatto idoneo a produrre sul piano interno, nei confronti dei soggetti cui in base alla direttiva si sarebbe dovuto riconoscere un certo diritto, un’obbligazione risarcitoria. L’insorgenza di tale obbligazione quale conseguenza del fatto è stata giustificata sulla base dei vincoli che dall’ordinamento comunitario derivano all’ordinamento interno per effetto dell’inadempimento di una direttiva riconoscente in modo sufficientemente specifico un diritto ai soggetti dell’ordinamento interno, ma non avente carattere self-executing.

La fonte normativa della idoneità del fatto a produrre l’obbligazione in questione discende direttamente dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, manifestatasi per la prima volta con la nota sentenza 19 novembre 1991, Francovich, cause C-6/90 e C-9-90 e, quindi, precisata - come ricordato dalle Sezioni Unite - dalla sentenza 5 marzo 1996, Brasserie du Pecheur e Factortama III, cause C-46/93 e C-48/93».

L’obbligo dello Stato discende direttamente dalla fonte comunitaria, che nella gerarchia è al vertice, e che obbliga i singoli e gli Stati, e ogni altra istituzione interna: “6.1.- Deve subito rilevarsi che essi legittimano pienamente l'operazione di qualificazione dell'azione di risarcimento fatta dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 9147 del 2009, posto che la Corte di Giustizia demanda all'ordinamento interno e, quindi, al legislatore nazionale di disciplinare detta azione e, subordinatamente, in caso di omessa legislazione, al giudice nazionale, di individuarla analogicamente. Le Sezioni Unite, sull'implicita contemplazione che l'ordinamento italiano prevede che obbligazioni possano sorgere genericamente da fatti idonei a produrle in conformità all'ordinamento giuridico, hanno considerato la giurisprudenza comunitaria come fatto idoneo a costituire tale fonte.

L'applicazione del termine di prescrizione decennale, della quale sopra si è data giustificazione, ove sia apprezzata sotto il profilo della prevedibilità da parte dei soggetti interessati, appare prevedibile, tenuto conto che il termine di prescrizione decennale (di cui all'art. 2946 c.c.) è quello generale e certamente più favorevole rispetto ai termini speciali, più brevi. Risponde, quindi, al principio comunitario di effettività.

Sarebbe, d'altro canto, consentito dall'ordinamento comunitario che tale termine decorresse prima della corretta trasposizione nell'ordinamento interno delle note direttive, qualora un danno anche solo iniziale si fosse verificato prima di tale trasposizione.

Occorre valutare se - in assenza di una specifica regolamentazione dell'azione risarcitoria da parte dello Stato Italiano in relazione al caso di specie - i principi generali propri dell'ordinamento italiano in tema di prescrizione consentano questo effetto, oppure non lo consentano, oppure lo consentano a partire da un certo momento”.

(Così la Corte di Cassazione, con la Sentenza 17350/2011, nel capo 6.1).

La fonte di responsabilità dello Stato e dei Ministeri risiede nella violazione dell’obbligo di corretta e tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie, il cui inadempimento è fonte di responsabilità prima di tutto ex art. 1173 c.c., che si dipana in quella contrattuale ed extracontrattuale, entrambe sussistenti:

“6.2.- Il dato di partenza al riguardo è che la corretta trasposizione di quelle direttive, cioè la loro integrale applicazione, non si è mai verificata nell'ordinamento Italiano.

Essa, com’è noto, doveva avvenire entro il 31 dicembre 1982 (art. 16 della direttiva 82/76/CEE).

Lo Stato Italiano non rispettò tale termine, tanto che venne dichiarato inadempiente dalla Corte di Giustizia con sentenza del 7 luglio 1987, C-49-86.

La situazione di inadempienza verificatasi al 31 dicembre 1982 non fece cessare l’obbligo comunitario dello Stato Italiano di adempiere comunque le direttive sia pure in ritardo. Tale obbligo avrebbe potuto essere adempiuto integralmente soltanto se lo Stato Italiano, nell'introdurre una disciplina attuativa della direttiva e conforme ad essa, avesse disposto non solo per l'avvenire, cioè in relazione alle situazioni dei singoli riconducibili ad essa dopo la sua entrata in vigore, ma anche prevedendo la retroattività di detta disciplina. Per un adempimento pieno sarebbe occorso che lo Stato Italiano avesse dettato disposizioni intese ad attribuire i diritti previsti dalle direttive a coloro che, se le direttive fossero state adempiute entro il 31 dicembre 1982, si sarebbero trovati nelle condizioni per poterli acquisire e, quindi, ai medici specializzandi che avevano seguito i corsi di specializzazione a partire dal 1° gennaio 1983 e lo avevano fatto con modalità conformi a quanto prevedevano le direttive.

La previsione da parte della giurisprudenza comunitaria, a partire dalla sentenza Francovich, che l'inadempimento di una direttiva attributiva di diritti ai singoli, ma non self-executing, dia luogo ad un obbligo risarcitorio, infatti, non toglie allo Stato membro la possibilità di adempiere tardivamente la direttiva provvedendo cioè non solo per il futuro, ma anche riguardo alle situazioni dei singoli successive alla scadenza del termine, si da soddisfarle. Sicché l'obbligo risarcitorio, dal punto di vista dello Stato membro si pone sostanzialmente come alternativo e ciò non solo sul piano dell`ordinamento comunitario, ma anche sul piano dell'ordinamento interno, fermo restando che la pretesa azionabile dal singolo in questo ambito è solo quella risarcitoria.

Il che, naturalmente, lo si osserva in generale, non significa che, in presenza di una situazione in cui sussista un dubbio sul se la direttiva sia stata recepita completamente, sia preclusa al giudice nazionale la possibilità di valutare, svolgendo la normale attività esegetica, se, in ragione del vincolo di conformazione dell'ordinamento interno a quello comunitario (ed anzi della necessità sul piano costituzionale ai sensi dell'art. 117, primo comma, Cost. - che la stessa attività esegetica si svolga tendenzialmente nel senso di dare espansione alle norme interne in modo che quel vincolo risulti rispettato e sia assicurato l'integrale recepimento), sia possibile estendere l'ambito della legge nazionale ai diritti o ai soggetti riguardo ai quali sussista il dubbio ch'essa li abbia considerati.

Per altro verso e ritornando alla vicenda di cui si discorre, conforme alla sentenza
Francovich, l'inadempimento determinò una situazione per cui de die in die, a favore di ogni soggetto che, nel caso di adempimento della direttiva al 31 dicembre 1982, si fosse venuto a trovare successivamente nella condizione di fatto per vedersi attribuire un diritto previsto dalla direttiva, nasceva l’obbligo dello Stato di risarcimento del danno a cagione della sua inadempienza.

Lo Stato Italiano, dunque, dopo il 31 dicembre 1982 si venne a trovare nella duplice condizione di obbligato sul piano comunitario ad un adempimento tardivo delle direttive e, mano a mano che per i medici maturavano le condizioni che in presenza di un'attuazione delle direttive avrebbero dato luogo a loro favore ai diritti previsti dalla direttiva e segnatamente quello all'adeguata remunerazione e quello a vedersi riconoscere l'idoneità dei titolo di specializzazione negli altri paesi comunitari, di obbligato - in conseguenza - al risarcimento dei danni verso tali soggetti per la mancata consecuzione da parte loro di tali benefici. Tale obbligo, peraltro, sarebbe potuto venir meno se lo Stato avesse adempiuto le direttiva con la previsione degli effetti retroattivi idonei ad attribuire a detti soggetti quei benefici, nonché a coprire eventuali danni da ritardo. In tal caso, infatti, la fonte dell'obbligo risarcitorio, cioè il comportamento di inadempienza delle direttive, sarebbe venuta meno. Peraltro, se l’adempimento tardivo non avesse coperto i danni da ritardo o avesse coperto i danni solo in parte, l'obbligo risarcitorio si sarebbe astrattamente concentrato solo sul residuo. In disparte, però, ogni valutazione sul se l'ordinamento comunitario e, quindi, di riflesso quello costituzionale, in virtù del vincolo di conformazione, possano tollerare una sorta di risarcimento tardivo solo parziale (come quello che si è avuto per certi soggetti ai sensi dell'art. 11 della l. n. 370 del 1999): questione questa che non è da discutere in questa sede.

6.3.- E' da rilevare che la situazione di obbligo dello Stato Italiano di adempiere le direttive dopo la scadenza del termine del 31 dicembre 1982 perdurò a livello dell'ordinamento comunitario e, quindi, di riflesso con riguardo all'ordinamento interno fino al 20 ottobre 2007”.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 17350/2011 valorizza la fonte comunitaria: “Le direttive 75/362/CEE e 75/363/CEE, nonché quella 82/76/CEE che le modificò vennero abrogate dall'art. 44 della direttiva dei Consiglio 5 aprile 1993, n. 93/16/CEE, la quale, però, oltre a confermare la loro disciplina (per come risultante dalla direttiva di modifica) a regime per i medici specializzandi a tempo pieno e parziale (all. I, artt. 1 e 2, in relazione agli artt. 24 e 25), stabilì nello stesso art. 44 che, nonostante l'abrogazione, restassero “salvi gli obblighi degli Stati membri relativi ai termini per il recepimento”, come da indicazione nell'allegato III, parte 6, nella quale, in riferimento alla direttiva 82/6/CE trovasi richiamato il termine del 31 dicembre 1982. Questa previsione comportava che gli Stati totalmente o parzialmente inadempienti alle direttive de quibus e, quindi, lo Stato Italiano, dovessero comunque considerarsi obbligati a livello comunitario all'adempimento tardivo.

La più recente direttiva 2005/36/CE a sua volta, oltre a dettare negli artt. 25-26 una nuova disciplina dei medici specializzati, nell'art. 62 ha previsto, però, l'abrogazione a partire dal 20 ottobre 2007 (cioè dalla data della sua entrata in vigore) della direttiva 93/16/CEE. Ne consegue che, per effetto dell'abrogazione anche dell'art. 44 sopra citato, a quella data è cessato l'obbligo dello Stato Italiano di adempiere, sia pure tardivamente, le direttive 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE e ciò anche per gli effetti della sentenza che ne aveva accertato l’inadempimento. Peraltro, non essendo immaginabile che l’ultima direttiva abbia inteso sacrificare i diritti risarcitori dei singoli ove già insorti e ancora esistenti, non è possibile ritenere che l’abrogazione li abbia fatti venire meno. Al riguardo, sarebbe stata necessaria una previsione espressa in tal senso oppure la previsione della sua retroattività, cioè della sua estensione ai diritti risarcitori già sorti. Ciò che è venuto meno, dunque, è solo l’obbligo comunitario dello Stato membro e, quindi, di quello Italiano, di adempiere la direttiva.

7. Ciò premesso, si può passare ad esaminare la questione che a questo punto diventa decisiva ai fini dello scrutinio dei motivi, cioè  quella della decorrenza del termine di prescrizione dell’azione risarcitoria sorta a cerico dei soggetti che, a far tempo dal 31 dicembre 1982, si sono venuti a trovare nelle condizioni che, in presenza di un tempestivo adempimento a quella data delle dette direttive (e, per quello che qui interessa, della direttiva 82/76/CEE là dove si riferiva ai medici specializzandi che avessero frequentato corsi di specializzazione in condizioni ragguagliabili a quelle del c.d. tempo pieno), avrebbero avuto diritto ad una prestazione pecuniaria”.

c. Quanto al termine di prescrizione e alla sua decorrenza.

 La Corte di Cassazione Civile, con la Sentenza n. 17350 del 2011, aveva chiarito e ribadito che il termine di prescrizione è decennale e inizia a decorrere secondo i principi propri del diritto civile:

7.1.- E’ da rilevare che a questa questione non risulta pregiudicata da Cass. sez. Un. n. 9147 del 2009, perché essa – come emerge dal punto 4.10 della sua motivazione – dopo aver fatto un generico riferimento dal punto 4.10 della sua motivazione – dopo aver fatto un generico riferimento al “momento in cui il pregiudizio si è verificato”, come momento in cui la pretesa risarcitoria è “insorta”,  non si è preoccupata in alcun modo di definire tale momento, perché non era investita della questione e, con riferimento al caso di specie, ha rilevato che la prescrizione decennale non era decorsa, espressamente avvertendo che la sentenza di merito aveva affermato che la prescrizione decorreva dal conseguimento dell’attestato di specializzazione e che tale affermazione non aveva formato oggetto di impugnazione: le Sezioni Unite, dunque, si sono trovate a dover applicare il termine di prescrizione decennale in una situazione di esistenza di un giudicato interno sul dies a quo della sua decorrenza.

Nemmeno Cass. sez. un. n. 4547 del 2010 ha avuto modo di occuparsi del problema del dies a quo, perché – come emerge dal secondo  motivo-la sentenza di merito impugnata aveva ritenuto applicabile la prescrizione decennale facendola decorrere dall’entrata in vigore del d.lgs n. 257 del 1991 e l’impugnazione postulava solo l’applicabilità della prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948, n. 4 c.c., sicchè danni alla stregua della sentenza stessa, per il fatto che esse, pur dovendo, secondo le note direttive, dare luogo ai diritti da esse riconosciute, non risultavano dall’ordinamento italiano così regolate per non essersi verificata l’attuazione delle direttive con riferimento ad esse. Si evidenziava, infatti, per i medici de quibus un danno rappresentato dalla perdita del beneficio che dal riconoscimento del diritto di cui alle direttive sarebbe stato conseguito  e ciò sia per la mancata consecuzione dell’adeguata (ricorrendone le condizioni) di idoneità del diploma di specializzazione sul piano comunitario.

Tale situazione di danno, tuttavia, in tanto si configurava, in quanto perdurava il comportamento omissivo del legislatore interno di in attuazione delle direttive.

Il danno in questione, peraltro, non poteva dirsi prodotto dall’esistenza di tale comportamento in via definitiva, cioè una volta per tutte, sì che potesse considerarsi quale effetto ormai prodotto e ristorabile solo attraverso un’attività diversa dalla tenuta del comportamento, cioè dell’adempimento tardivo (e satisfattivo) della direttiva. Si trattava, invece, di un danno che, correlandosi ad un comportamento omissivo del legislatore italiano avrebbe potuto essere eliminato attraverso la spontanea tenuta da parte dello Stato del comportamento omesso, cioè l’emanazione di una normativa cui del resto il legislatore italiano continuava ad essere tenuto.

E’ vero che l’intervento legislativo si sarebbe potuto estrinsecare rimuovendo soltanto la situazione dannosa quanto al riconoscimento del diritto, cioè nella specie attribuendo una remunerazione e l’idoneità al diploma, e non anche con il riconoscimento dell’eventuale risarcimento del danno da ritardo nella consecuzione del diritto (ad esempio, a parte gli interessi e l’eventuale maggior danno sulla remunerazione, la perdita di occasioni di lavoro per la inidoneità del diploma). Nulla esclude, però, che l’intervento legislativo si sarebbe potuto estrinsecare in  modo tale da prevedere anche l’eventuale ristori del danno da ritardo. La possibilità di un intervento non satisfattivo del danno da ritardo, proprio perché solo potenziale lasciava intatta la struttura delle fattispecie nel senso che il danno nella sua interezza continuasse ad essere prodotto de die in die dalla permanenza dell’inadempimento.

Poiché la posizione dei soggetti interessati, era, dunque, tale che non poteva trovare soddisfazione soltanto attraverso la pretesa risarcitoria, ma poteva essere soddisfatta attraverso il comportamento unilaterale dello Stato Italiano di adempimento satisfattivo della direttiva, comportamento che, del resto lo Stato Italiano continuava a dover tenere secondo l’ordinamento comunitario, la situazione di danno si presentava non come effetto ormai determinato, ma come effetto determinato de die in die.

Il primo modo di soddisfazione, d’altro canto, era nell’esclusiva disponibilità dello Stato Italiano, trattandosi si attività legislativa ed i soggetti interessati non avevano alcun potere di provocarlo. Tale non era – in disparte proprio il carattere di denuncia e non di modo per ottenere tutela diretta – l’eventuale denuncia dell’inadempimento delle direttive ( o meglio la persistenza dell’inadempimento) alla Corte di Giustizia, posto che quella Corte l’aveva già dichiarata fin dal 1987.

La Corte di Giustizia, del resto, sulla vicenda è intervenuta con le sentenze 25 febbraio 1999, Cabonari, C-131-97  (per gli specializzandi a tempo pieno) e 3 ottobre 2000, Gozza, C-371-97 (per gli specializzandi a tempo parziale), ma per dichiarare che le note direttive riconoscevano in modo sufficientemente specifico diritti agli specializzandi a tempo pieno ed a tempo parziale e, quindi, per chiarire che la vicenda ricadeva sotto la giurisprudenza inaugurata dalla sentenza Francovich.

La permanenza della condotta dello Stato Italiano di omissione dell’adempimento delle direttive era tale, in sostanza, da determinare continuativamente la permanenza dell’obbligo risarcitorio e, quindi, in definitiva del danno. L’obbligo risarcitorio e, quindi, il danno vedevano continuamente rinnovata la loro fonte de die in die da tale permanenza. La situazione di danno non era qualificabile come un effetto ormai prodotto, ma come un effetto continuativamente determinato dalla condotta statuale.

In definitiva, il danno sorto a far tempo dalla sentenza Francovich ed il relativo diritto risarcitorio sono configurabili come determinati dalla permanenza della condotta di inadempimento del diritto comunitario in non diversa guisa da come lo è, per  semplificare, il danno da persistenza di una situazione dannosa relativa ad un immobile di proprietà di alcuno, la quale cagioni danno alla proprietà di altri: in questo caso il danno da permanenza di quella situazione sulla proprietà altrui e ciò come diritto ad una prestazione specifica, cioè all’attività necessaria per rimuovere la situazione dannosa originante il danno. Si tratta di un diritto risarcitorio in forma specifica che, in quanto la situazione dannosa permane per effetto della condotta  lesiva dell’altro proprietario ( che non procede all’eliminazione della situazione dannosa), non vede correre il corso della prescrizione fintanto che detta condotta permanga, giacchè il diritto si ricollega de die in die a tale permanente condotta (si veda, per riferimento, Cass. n. 5831 del 2007).

Poiché, di fronte all’inadempimento della direttiva da parte dello Stato ed alla permanenza  della condotta di inadempimento, il diritto all’eliminazione della situazione dal punto di vista del singolo è soltanto quello al risarcimento del danno per equivalente originato dalla situazione di inadempienza e non quello all’adempimento specifico della direttiva (che, comunque, continua, a connotare la situazione statuale come di obbligo), in questo caso il diritto al risarcimento del danno per equivalente si ricollega de die in die alla permanenza della condotta di inadempimento. I soggetti interessati legittimamente si trovano in una situazione di attesa e conservano il loro diritto risarcitorio.

7.4.2. Parte della dottrina e della giurisprudenza di merito ha sostenuto, sia pure nella prospettiva di attribuire rilievo all’emanazione del d.lgs n. 257 del 1991 sul presupposto erroneo che l’obbligo risarcitorio fosse configurabile prima della sentenza Francovich (ma il discorso potrebbe valere a far tempo da detta sentenza e deve essere esaminato in questa prospettiva), che esso, quale atto costituente adempimento parziale delle direttive, avrebbe avuto l’effetto di far cessare la situazione di permanenza dell’inadempimento, come giustificativa dell’obbligo risarcitorio,  si da fare acquisire a tale obbligo ed al danno correlati la natura di effetti ormai indipendenti dalla condotta del legislatore. Il significato di questo assunto è che un qualsiasi adempimento parziale (e nella specie parziale sotto il profilo soggettivo, essendosi contemplati nel d.lgs. solo soggetti specializzati a partire dall’anno accademico 1991-1992), o trasposizione inesatta, di una direttiva sufficientemente idonea al riconoscimento di diritti ai singoli, pur con l’obbligo di attuazione da parte degli Stati membri, trasformi l’obbligo risarcitorio insorto (se la vicenda si colloca dopo la Francovich) a far tempo dal verificarsi delle situazioni fattuali in presenza delle quali la disciplina interna avrebbe dovuto attribuire il diritto previsto dalla direttiva, in una situazione definitiva, cioè ormai indipendente dal comportamento statuale di inadempimento, anche se non è chiaro se tale definitività si configuri anche sotto il profilo di una indifferenza ad atti successivi dello Stato membro di adempimento delle direttive. Si che il danno derivatone sia da considerare ormai come un effetto ormai indifferente e non retto dalla condotta del legislatore.

Questa ricostruzione, non lo si dice, parrebbe avere come necessaria implicazione che lo Stato membro non possa più adempire la direttiva, ma solo risarcire il danno. Senonchè, non è dato comprendere su base comunitaria come ciò sia sostenibile e nel caso di specie l’obbligo di adeguarsi alle note direttive è stato confermato fino al 20 ottobre 2007. Non è ipotizzabile, dunque, che l’adempimento parziale di una direttiva possa maturare la situazione dello Stato membro rispetto alla parte inadempiuta. La condotta totalitaria di inadempimento viene, infatti, soltanto sostituita da una condotta minore, cioè parziaria.

In realtà, un adempimento parziale della direttiva è fenomeno che si presta a queste considerazioni.

  7.4.3. In primo luogo, appare necessaria una riflessione preliminare: l’adempimento alla direttiva da parte del legislatore nazionale suppone un atto normativo e, quindi, un atto che si concreta in una manifestazione astratta, posto che la normativa di adempimento si deve correlare alle previsioni della direttiva che riconosce il diritto e lo riconosce necessariamente riferendolo a categoria astratte di soggetti in presenza di determinate condizioni.

Fatta questa premessa, nel nostro caso ricorre l’ipotesi in cui la direttiva riconosca il diritto in modo sufficientemente specifico ad una certa platea di potenziali soggetti e – successivamente alla scadenza del termine per il suo adempimento ed in trovare  nella condizione in cui, se la direttiva fosse stata già attuata, avrebbero acquisito il diritto riconosciuto dalla legislazione statale di attuazione, di modo che, quindi, sia sorto a loro favore l’obbligo risarcitorio dello Stato determinato dalla (permanente) condotta di inadempimento della direttiva – lo Stato adotti un atto legislativo di attuazione della direttiva parziale sotto il profilo soggettivo, nel senso che riconosca il diritto, naturalmente sempre per previsioni generali riferite al trovarsi essi determinate condizioni comuni, soltanto a taluni di quei soggetti (o meglio a talune categorie di essi versanti nelle stesse condizioni fattuali) e non gli altri.

A questa situazione può essere equiparata quella in cui il riconoscimento venga fatto solo per il futuro, cioè soltanto in favore dei soggetti che si vengano a trovare nella condizione prevista dalla direttiva successivamente all’entrata in vigore dell’atto legislativo, in modo tale, dunque, che si abbia un adempimento della direttiva de futuro, cioè a partire dalla data dell’entrata in vigore dell’atto legislativo.

Questa seconda è la situazione determinatasi per effetto dell’emanazione del d.lgs n. 257 del 1991 a far tempo, secondo quanto sopra si è osservato, dalla sopravvivenza della sentenza Francovich.

Ebbene questa situazione, rappresentando un adempimento parziale delle note direttive soltanto per i soggetti specializzandi a partire dall’anno accademico 1991-92, lasciò del tutto immutata la situazione dei soggetti che, successivamente al 31 dicembre 1982 e fino all’anno accademico 1990-1991, si erano venuti a trovare in una condizione la quale, in presenza si una già avvenuta attuazione della direttiva, li avrebbe resi destinatari dei diritti riconosciuti dalle direttive e trasfusi nel provvedimento legislativo interno attuativo. Il d.lgs. n. 257, infatti, non riguardò in alcun modo tali soggetti, naturalmente considerato non nominatim, ma come categorie accomunate dall’avere frequentato corsi di specializzazione negli stessi anni.

Ora, ed il discorso vale in generaòe per il caso che si sta considerando, l’adozione di una direttiva di adempimento parziale sotto il profilo soggettivo è un comportamento che si presenta del tutto ininfluente sulla situazione di quei soggetti che- per essersi trovati dopo la scadenza del termine per l’adozione, nelle condizioni fattuali che, se la direttiva fosse stata adempiuta tempestivamente, avrebbero fatto loro acquisire i relativi diritti – hanno acquisito il diritto al risarcimento del danno, sono diventati cioè titolare attivi del relativo obbligo risarcitorio. Poiché la direttiva di adempimento parziale sul piano soggettivo non li contempla, perché la situazione in relazione alla quale realizza l’adempimento parziale non è da essi riferibile e non lo è al livello della previsione astratta della legge di adempimento, la loro condizione resta assolutamente immutata dopo l’adozione dell’atto legislativo de quo. In particolare, l’obbligo risarcitorio che li riguarda non è in alcun modo inciso e, quindi, deve ritenersi che la nuova situazione determinatasi non sia idonea  a provocare nei loro confronti la cessazione dell’attitudine dell’inadempimento statuale a svolgere i suoi effetti in modo permanente. Il carattere permanente dell’inadempienza quale fonte dell’obbligo risarcitorio non viene in alcun modo meno cioè, perché tale obbligo non è in alcun modo toccato. Così come la prescrizione non correva prima non può correre dopo. Perché la situazione non è dei soggetti in questione è rimasta immutata.

Da questo caso deve essere distinta una sottoipotesi, che è quella nella quale l’intervento tardivo di adempimento della direttiva si riferisca anche alle situazioni astratte nelle quale versavano i soggetti nei cui confronti si erano verificati i  presupposti di fatto che in presenza di attuazione della direttiva avrebbero fatto loro acquisire il diritto, e tuttavia, in relazione ad esse riconosca il diritto soltanto a quei soggetti che nel loro ambito si trovino in  particolari condizioni fattuali. In questo caso la legge di adempimento tardivo interviene con riferimento alla situazione di inadempienza di una certa categoria di soggetti aventi posizione comune riguardo alla direttiva comunitaria il diritto dando rilievo a determinate circostanze di fatto ulteriori per cui, con riguardo alla stessa situazione astratta, il diritto viene riconosciuto anziché  a tutti solo ad alcuni, quelli che versino in tali circostanze ulteriori, del tutto estranee alla classe si situazioni contemplate dalla direttive.

E’ vero che in tali casi l’obbligo risarcitorio dei soggetti esclusi non viene inciso, perché non risulta soddisfatto l’interesse inattuato in relazione al quale era sorto.

Tuttavia, l’atteggiamento statuale di discriminazione fra legislativa fra i soggetti che rientrano nella stessa categoria astratta, si presta ad essere apprezzata da parte dei soggetti esclusi come ragionevolmente significativo, ancorchè a livello probabilistico, della volontà statuale di non adempiere successivamente per gli esclusi.

Ne discende che appare ragionevole esigere che la situazione di costoro non benefici più dell’incidenza di una permanente condotta di inadempimento statuale, bensì connoti in via probabilistica come dipendente da una scelta definitiva di non provvedere all’adempimento. Sì che la situazione dannosa in cui i soggetti appartenenti alla stessa categoria rimasti esclusi versano, si profila ormai apprezzabile tendenzialmente come un effetto ormai definitivo della condotta di inadempimento.

In tale situazione, che non appare ragionevolmente riconducibile in modo certo alla permanenza di una condotta di inadempimento che può cessare  da un momento all’altro, bensì verosimilmente ad una condotta definitiva, è giustificato ritenere che l’unica prospettiva di tutela, in quanto la situazione non è più apprezzabile sub specie come determinata dalla permanenza di una condotta di inadempimento cagionante l’obbligo risarcitorio de die in die.

7.4.4. – Ora, con riferimento alla vicenda degli specializzandi non contemplati dal d.lgs. n. 257 del 1991, lo Stato italiano, successivamente alla citata sentenza della Corte di giustizia sul caso Carbonari, ha ritenuto – con l’art. 11 della l. 19 ottobre 1999, n. 370 – di procedere ad un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo nei confronti di tutte le categorie astratte in relazione alle quali dopo il 31 dicembre 1982 si erano potute verificare le condizioni fattuali idonee a dare luogo all’acquisizione dei diritti previsti dalle note direttive e che non risultavano considerate dal detto d.lgs. (cioè quelle degli ammesso alle specializzazioni per gli anni accademici dal 1983-1984 al 1990-1991), ma lo ha fatto considerando all’interno di tali categorie soltanto i soggetti destinatari di talune sentenze  passate in giudicato del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. Quindi, dando rilievo a particolarità fattuali del tutto estranee all’astrattezza del dovere di adempimento, sia pure riferito a categorie di soggetti in identica condizione: l’esistenza dei detti giudicato, infatti, era una circostanza di fatto del tutto estranea alla fattispecie astratte riguardo alle quali era mancato l’adempimento.

Ebbene, in base alle considerazioni che si sono venute svolgendo, si deve ritenere che l’entrata in vigore  della suddetta norma, avvenuta il giorno successivo alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (giusta l’art. 13), cioè il 27 ottobre 1999, abbia determinato una situazione nella quale la condotta di inadempimento dello Stato verso i soggetti esclusi, cioè quelli dei corsi  di specializzazioni per gli indicati anni accademici estranei ai giudicati richiamati dalla norma, fino a quel momento determinante con efficacia permanente l’obbligo risarcitorio, ha cessato di poter essere ragionevolmente intesa come tale. Con la conseguenza che, essendo divenuto l’obbligo risarcitorio apprezzabile come un effetto della condotta di inadempimento ormai definitivo, si deve ritenere che da tale pubblicazione sia iniziato il decorso della prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2046 c.c. della pretesa risarcitoria, dapprima invece non iniziato perché la condotta di inadempimento era apprezzabile come condotta permanente.

Ne discende che il diritto al risarcimento del danno da mancata adeguata remunerazione della frequenza della specializzazione degli specializzandi medici ammessi alle scuole negli anni 1983-1991 si intende prescritto solo alla condizione che i medesima non abbiano agito giudizialmente o non abbiano compiuto atti interruttivi del corso della prescrizione decennale entro il 27 ottobre 2009.

Naturalmente, lo si precisa per completezza, ove taluno avesse, anteriormente a quella data, manifestato la sua pretesa anteriormente in via stragiudiziale senza darvi ulteriore corso oppure attraverso un’azione giudiziale poi lasciata estinguere, poiché tali manifestazioni rivestono valore di atti di esercizio del diritto, si dovrà ritenere che in tali casi la prescrizione decennale sia decorsa da tali manifestazioni di esercizio del diritto, posto che la reazione contro la permanenza della condotta in attuativa rende irrilevante la sua permanenza siccome giustificava del fatto che la prescrizione non debba correre.

7.4.5-  Come già adombrato in precedenza la circostanza che il 20 ottobre 2007 sia cessato l’obbligo dello Stato italiano di adempiere le note direttive, non ha, invece, determinato alcun effetto sull’obbligo risarcitorio verso i soggetti versanti in situazioni fattuali pregiudicate dell’inadempimento. Di modo che eventuali azioni giudiziali o atti di interruzione del corso della prescrizione verificatisi fra detta data ed il 27 ottobre 2009 hanno comunque riguardato diritti risarcitori (già sorti) in alcun modo pregiudicati dalla cessazione di quell’obbligo” (cfr. Sentenza n. 17350/11 della Corte di Cassazione).

d. La risarcibilità di tutti i danni.

Quindi il termine di prescrizione è decennale e inizia a decorrere dal momento in cui il diritto può essere fatto valere, e comunque da quando viene meno la condotta inadempiente dello Stato, e/o quando c’è consapevolezza, conoscenza o conoscibilità con l’ordinaria diligenza della parte titolare del diritto.

L’intervento delle SS. UU. prima, nell’affermare i principi regolatori e la natura giuridica dell’obbligo, e delle Sezioni Semplici dopo, aveva fatto affiorare il diritto degli specializzandi medici ad ottenere il risarcimento di tutti i danni, anche quelli non patrimoniali, e per lesione dei diritti costituzionali, anche perché gli obblighi di recepimento e di esatta e tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie, e anche di quelle relative al compenso degli specializzandi medici prima che dal diritto comunitario risiedono nella stessa Carta Costituzionale (negli artt. 10 e 11), e perché qualsiasi violazione di tal fatta deve portare e porta alla loro risarcibilità (vedi Corte di Cassazione a SS. UU. Sentenze 26972 e 26973 del 2008 ed ex multis).

L’ultima giurisprudenza della Corte di Cassazione è intervenuta per risolvere alcune ambiguità cui aveva dato luogo la motivazione della Sentenza delle SS. UU. n. 26972/08, nel senso di affermare la risarcibilità e del danno esistenziale [1] (Corte di Cassazione, III^ Sezione Civile, Sentenza n. 14402/2011, Presidente Dott. Preden, Relatore Dott. Scarano), e così con una più recente Sentenza del 12 settembre 2011, n. 18641 la Corte di Cassazione è ritornata ad occuparsi infatti della risarcibilità del danno morale ed ha precisato di non aver mai “cancellato” la fattispecie del danno morale intesa come “voce” integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale: né avrebbe potuto farlo senza violare tra l’altro un preciso indirizzo legislativo (art. 2059 c.c. e 185 c.p.), e soprattutto per quanto manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 delle S.U., dal quale il giudice (di legittimità e non) evidentemente non può in alcun modo prescindere in una disciplina di sistema che, nella gerarchia delle fonti del diritto, privilegia ancora la diposizione normativa[2] rispetto alla produzione giurisprudenziale.

e. La fonte dell’obbligazione.

Il mancato pagamento degli importi dovuti agli specializzandi medici, in forza delle direttive comunitarie, integra evidentemente, anche per il mancato recepimento e tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie, una palese violazione delle stesse norme di cui agli artt. 10, 11 e 117 della Costituzione, oltre a tutte le altre norme, da 1 a 4 e da 36 a 38 della Costituzione, e dunque è fonte di responsabilità e degli obblighi risarcitori ex artt. 1173 e ss. c.c., sia a titolo di responsabilità contrattuale (artt. 1453 c.c. e/o 2099 c.c. e/o 35 e 36 Cost., anche in combinato disposto con le norme comunitarie), sia a titolo di concorrente responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.), con risarcimento di tutti i pregiudizi, anche di natura non patrimoniale (come prima precisato), nell’ambito della lettura costituzionalmente orientata della norma di cui all’art. 2059 c.c. (da sommarsi al pregiudizio patrimoniale), e nell’ambito della filonomachia che la Corte di Cassazione estende ed “include anche il processo interpretativo di conformazione dei diritti nazionali e costituzionali” (Cass. Civ. Sez. III^, 02.02.2010, n. 2352) nel ruolo promozionale del catalogo completo dei diritti della persona umana come sanciti dalla Carta di Nizza recepita nel trattato e soprattutto alla luce della giurisprudenza di legittimità (Sezioni Unite, Sentenze n. 26972 e 26973 del 2008).

In via concorrente, lo specializzando medico ha altresì diritto a vedersi corrisposti gli importi dovuti anche a titolo di responsabilità precontrattuale ex artt. 1337 e/o 2043 c.c., ovvero per violazione del divieto di ingiusto arricchimento ex art. 2041 c.c., con conseguente condanna dello Stato e dei Ministeri responsabili.

f. La quantificazione dei danni e/o degli importi dovuti.

Lo specializzando che non ha ottenuto il dovuto ha diritto a vedersi corrisposti gli importi dovuti a titolo di pregiudizio patrimoniale e anche non patrimoniale, con possibilità di quantificazione anche equitativa, ex artt. 432 c.p.c. (applicabile per analogia) ovvero ex art. 1226 c.c. per i profili di responsabilità contrattuale, ovvero ex art. 2056 c.c. per i profili di responsabilità extracontrattuale e/o precontrattuale e/o per la determinazione dell’indennizzo per arricchimento senza giusta causa, in relazione al risparmio di spesa conseguito dall’amministrazione per l’utilizzo delle prestazioni professionali degli specializzandi, diretto ad integrare anche la diminuzione patrimoniale e di ogni altro bene dell’avente diritto.

g. Le recenti modifiche legislative in materia di prescrizione.

Dopo la pubblicazione della motivazione della Sentenza della Corte di Cassazione, in data 20.10.2011 al Senato della Repubblica è stata proposta l’approvazione della norma rubricata all’art. 4, comma 51, del disegno di l. n. 2968 AS, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2012) – , nei termini che seguono:

 “51. La prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da mancato recepimento nell’ordinamento dello Stato di direttive o altri provvedimenti obbligatori comunitari soggiace, in ogni caso, alla disciplina di cui all’articolo 2947 del codice civile e decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato”.

Il testo di legge, successivamente approvato, è il tentativo neanche troppo celato di vanificare per legge le pronunce della Corte di Cassazione, prima a SS.UU. (Sentenza 9147/09) e poi delle Sezioni Semplici (Sentenza n. 17350/2011), che come abbiamo visto avevano sancito il termine di prescrizione decennale, e il termine a quo dal momento di presa d’atto della condotta inadempiente delle Pubbliche Istituzioni, conformemente ai principi di una millenaria cultura giuridica che affonda le radici nella notte dei tempi.

 h. L’efficacia dal 1° gennaio 2012 delle nuove norme in tema di prescrizione quinquennale, e non applicabilità per i giudizi in corso.

Quando già i Ministeri responsabili e lo Stato pensavano di aver espropriato gli specializzandi medici, ma anche tutti gli altri cittadini, pregiudicati dal tardivo recepimento delle direttive e dalla violazione delle norme comunitarie, di qualsiasi specie e non soltanto quelle citate, è intervenuta nuovamente la Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 1917 del 09.02.2012, la quale testualmente: “applicando il criterio al caso di specie si avrebbe allora che la nuova norma sarebbe applicabile ad atti di esercizio di diritti come quelli oggetto di causa che avessero determinato l’interruzione del corso della prescrizione nei termini ricostruiti dalla giurisprudenza di questa Corte e che ancora, in situazione di mancato decorso del termine decennale di prescrizione, fossero esercitabili dopo la sua entrata in vigore. In questo caso il termine quinquennale di cui al comma 1, art. 2947 decorrerebbe dal 1 gennaio 2012”.

Con la stessa Sentenza la Corte di Cassazione chiarisce che “E’ palese che non si tratta e non si potrebbe trattare delle situazioni oggetto di esercizio in giudizi in fieri, come quelle di cui è processo, riguardo alle quali il termine operante secondo la disciplina anteriore è rimasto sospeso per l’effetto interruttivo permanente determinato dall’esercizio dell’azione giudiziale. p.6.6. Giusta le svolte considerazioni il primo motivo del ricorso principale iscritto al n. 4060 è rigettato per l’assorbente ragione che l’ipotesi ricostruttiva del dies a quo della prescrizione proposta dalle amministrazioni ricorrenti è infondata alla luce degli sviluppi della giurisprudenza di questa Corte a partire dalle sentenze gemelle. …” e dunque queste nuove norme non possono essere applicate ai giudizi in corso.

i. Quanto alla decorrenza del termine prescrizionale.

Come abbiamo già evidenziato, lo scrutinio della decorrenza dei termini, quello decennale o quello quinquennale che sia (efficace solo dal 1° gennaio 2012 e per i giudizi non ancora in corso), non può prescindere dalle norme di cui agli artt. 2935 c.c. e 2941, n. 8, c.c..

Il dies a quo, rilevante ai fini della decorrenza della prescrizione è riferibile al momento in cui il danneggiato subisce gli effetti della condotta altrui ovvero il danno (Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2001; Panza, Contributo allo studio della prescrizione), ovvero a quando ha contezza dell’inadempimento avversario, poichè solo da questo momento il soggetto leso può decidere liberamente se agire o meno in via risarcitoria, secondo lo schema dell’art. 2935 c.c. ovvero di adempimento delle obbligazioni, secondo la norma di cui all’art. 2941, n. 8, c.c., che determina una vera e propria sospensione nel decorso del termine prescrizionale; con la conseguenza che nel caso di danni c.d. lungo latenti, o a contegno della controparte non ispirato a correttezza, il dies a quo non decorre dal momento della causazione del danno ab origine, ma dal verificarsi degli effetti dannosi percepibili, ovvero quando è venuto meno il modus operandi degli obbligati, e non potendo non evidenziare il contenuto della norma di cui all’art. 2941, n. 8, c.c.

Diversamente opinando, verrebbe meno la concreta applicabilità della norma di cui all’art. 2935 c.c. e soprattutto verrebbe meno il principio di responsabilità della presunta inerzia, che non può considerarsi tale allorchè il debitore e/o l’obbligato avesse operato in violazione dei principi di correttezza e con modalità che possono configurare l’applicabilità della norma di cui all’art. 2941, n. 8, c.c.

Ai fini della responsabilità extracontrattuale, la norma di cui all’art. 2947 c.c., in uno con quella di cui all’art. 2935 c.c., depone esclusivamente nel senso che il dies a quo è quello della percezione del danno, come legato alla condotta antigiuridica altrui, mentre ai fini della responsabilità ex art. 1173 c.c. parificata a quella contrattuale, trova applicazione la norma di cui all’art. 2941, n. 8, c.c..

Il Legislatore ha voluto individuare il dies a quo attraverso il criterio della possibilità di far valere un diritto (e ciò con la sanzione della prescrizione dell’inerzia), e non attraverso il criterio della mera decorrenza temporale, che decreterebbe la illusione degli strumenti di tutela, a tutto vantaggio del danneggiante che potrebbe non essere più chiamato a rispondere del fatto illecito, soltanto perché in concreto il danneggiato era impossibilitato a percepire il danno.

 Anche la stessa natura delle norme di cui agli artt. 1218, 1223 e 1453 c.c., e della responsabilità contrattuale, non si può non evidenziare come il legislatore spieghi la struttura giuridica e del danno da inadempimento contrattuale, sotto il profilo del danno ingiusto, e non della sola condotta: con la conseguenza che il danneggiato dovrà essere messo in condizioni tali da poter percepire (Cass. 9927/00; Cass. 3206/89; Cass. 5412/83) la lesività della condotta ovvero, più in particolare l’ingiustizia, se non l’inadempimento.

Il Legislatore ha inteso chiarire in modo lapalissiano che l’attenzione dell’interprete deve concentrarsi sul momento del danno, collegato solo eziologicamente a una condotta umana antigiuridica, ma non temporalmente, proprio in considerazione del fatto che talvolta il momento di verificazione [ovvero di manifestazione (Cass. 5913/00)] del danno non è coincidente con quello della condotta antigiuridica.

In altre parole, se l’art. 2947 c.c. si collega all’art. 2935 c.c., e sugli obblighi di lealtà, correttezza e buona fede (ex art. 1175, 1337, 1366 e 1375 c.c.), emerge come non solo il dies a quo deve essere individuato nel momento di verificazione del danno, o da quanto emerge l’inadempimento avversario (nel qual caso del pagamento del dovuto per le attività connesse alla specializzazione), ma il danneggiato deve essere messo in condizioni di percepirne anche l’ingiustizia, il nesso eziologico, l’atteggiamento doloso o colposo, ovvero più semplicemente la possibilità risarcitoria (e questo è avvenuto in un momento successivo, come abbiamo già evidenziato), ovvero dell’inadempimento avversario.

Solo in tal senso, infatti, il danneggiato ovvero colui che assume contezza di essere creditore, potrà decidere liberamente se intraprendere la via giudiziaria o meno, in pieno rispetto dell’art. 24 Cost.; diversamente argomentando, il danneggiato resterebbe in una posizione giuridica sprovvista di tutela, in contrasto, tra l’altro, con la lettera della legge e con il suo spirito garantista.

La Corte di Cassazione, a Sez. Unite, Sentenza dell’11.01.2008, n. 583, già anticipata da Cass. 2645/03[3], ha ampliato il concetto di percezione del danno, derivante dal combinato disposto degli artt. 2947-2935-2043 c.c. e dall’art. 24 Cost., fino a comprendervi l’effettiva conoscibilità, risolvendo il problema del dies a quo non già come mera possibilità di accertare una realtà fenomenica, ma come concreta possibilità di apprezzare l’“ingiustizia” del fatto stesso, nonché la sua riconducibilità eziologica alla condotta dolosa o colposa di un terzo.

Il termine di prescrizione non decorre dalla data di verificazione dell’illecito, né da quella in cui la vittima ha avuto la percezione del danno, ma da quella in cui l’avente diritto ha avuto la concreta possibilità di percepire che il danno da lei patito andava ascritto alla condotta illecita di un terzo (Cass. Sez. Unite 583 del 2008).

La natura giuridica della responsabilità dello Stato e dei Ministeri, è da una parte di natura extracontrattuale, dall’altro di natura contrattuale, sicuramente ex art. 1173 c.c. in relazione alle direttive comunitarie.

L’eccezione è dunque infondata anche nel merito, alla luce del principio di diritto dettato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la Sentenza n. 583 del 2008, testualmente:

Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli articoli 2935 e 2947, comma 1°, del codice civile, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all'esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l'ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche”.

 

l. In ordine all'onere della prova.

 

       La Corte di Cassazione, Sez. III,  con la recente sentenza n. 5781 del 08-03-2017, si è espressa stabilendo che, il medico specialista che non abbia percepito alcuna remunerazione e che si sia iscritto a una scuola di specializzazione prima del 1991, per ottenere il risarcimento del pregiudizio subito in conseguenza della tardiva attuazione  della direttiva 75/362/CEE e 82/76/CEE deve solo provare di aver frequentato un corso di specializzazione senza essere stato remunerato.

        La Corte di Cassazione, con la sopra citata sentenza ha, infatti, disposto che chi vuol far valere il diritto al risarcimento del danno, derivante dalla tardiva attuazione di una direttiva comunitaria, deve solo dimostrare che con la tempestiva attuazione della direttiva stessa avrebbe realizzato “un lucro, od evitato un esborso”.

       Nello specifico, nella sopra richiamata sentenza viene espressamente indicato che: "In materia di remunerazione di medici specializzandi, questi ultimi per ottenere il risarcimento debbono dunque dimostrare che, in caso di tempestiva attuazione della direttiva 75/362/CEE e successive modificazioni, essi avrebbero frequentato un corso di specializzazione che avrebbe dato loro diritto alla remunerazione.

Tuttavia, prima dell'emanazione del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, di (tardiva) attuazione delle direttive 75/362/CEE e 82/76/CEE, le università erano libere di organizzare corsi di specializzazione quomodolibet: e quindi anche non esclusivi, e non a tempo pieno.

Da ciò discendono due conseguenze sul piano dell'onere della prova.

La prima è che dal fatto stesso che un medico abbia, prima del 1991, frequentato e portato a termine un corso di specializzazione, è possibile risalire ex art. 2727 c.c. al fatto ignorato che, se il D.Lgs. n. 257 del 1991 fosse stato già in vigore all'epoca di inizio di quel corso, il medico in questione vi si sarebbe ugualmente iscritto (come già stabilito da questa Corte, con la sentenza pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 1182 del 27/01/2012, Rv. 620494).

La seconda conseguenza è che non può pretendersi dal medico, il quale abbia frequentato corsi di specializzazione iniziati prima del 1991, la prova che il corso frequentato era esclusivo ed a tempo pieno: tali caratteristiche infatti prima del 1991 non erano richieste, e sarebbe iniquo pretendere dallo specialista la prova di avere frequentato corsi aventi caratteristiche non richieste dalla legge all'epoca in cui li svolse, e per di più la cui mancata previsione dipendeva proprio dalla renitenza con cui lo Stato diede attuazione agli obblighi comunitari (come già ritenuto da questa Corte con la sentenza pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 23577 del 11/11/2011, Rv. 620495).

Va da sè che la circostanza che lo specialista abbia frequentato un corso non a tempo pieno, lavorando e percependo una remunerazione durante la frequentazione di esso, potrà incidere sul quantum debeatur, ma tale circostanza - in quanto fatto modificativo della pretesa - deve essere dedotta e provata da chi la invoca, cioè del debitore (Sez. 3, Sentenza n. 1182 del 27/01/2012, Rv. 620494)”. 

 

 

[1] Così la Corte di Cassazione ha sancito la risarcibilità dei danni non patrimoniali, tra i quali quello esistenziale, sul presupposto della sua qualificazione come «pregiudizio al fare areddituale determinante una modifica peggiorativa da cui consegue uno sconvolgimento dell’esistenza e in particolare delle abitudini di vita con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare». Il tutto nell’ambito di un percorso motivazionale che muove dal principio di integralità della riparazione risarcitoria, il quale comporta che ogni diverso aspetto in cui si compendia la categoria del danno non patrimoniale debba essere ristorato; talché il giudice di merito ha l’obbligo di apprezzare concretamente ed autonomamente gli aspetti relazionali riconducibili al danno esistenziale, quale che sia poi la tecnica liquidatoria adoperata all’interno dell’unica categoria del danno non patrimoniale (come voce autonoma o componente del danno biologico o morale).

[2] E’ opportuno richiamare lo sviluppo della legislazione successivo alla Sentenza delle SS.UU. n. 26972 del 2008 e in particolare, come precisa la stessa Corte di Cassazione, con la Sentenza 12.09.2011, n. 18641,  le norme di cui al D.P.R. 37 del 2009 e 191 del 2009 contengono: «… una specifica disposizione normativa (l'art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore di distinguere, concettualmente prima ancora che giuridicamente, all'indomani delle pronunce delle sezioni unite di questa corte (che, in realtà, ad una più attenta lettura, non hanno mai predicato un principio di diritto funzionale alla scomparsa per assorbimento ipso facto del danno morale nel danno biologico, avendo esse viceversa indicato al giudice del merito soltanto la necessità di evitare, attraverso una rigorosa analisi dell'evidenza probatoria, duplicazioni risarcitorie) tra la "voce" di danno c.d. biologico da un canto, e la "voce" di danno morale dall'altro: si legge difatti alle lettere a) e b) del citato art. 5, nel primo dei due provvedimenti normativi citati: - che "la percentuale di danno biologico è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni; -che "la determinazione della percentuale di danno morale viene effettuata, caso per caso, tenendo conto dell'entità della sofferenza e del turbamento dello stato d'animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all'evento dannoso, in misura fino a un massimo di due terzi del,valore percentuale del danno biologico"». 

 

[3] Cass. 2645/2003, dove è stato sostenuto che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno biologico causato dal contagio di poliomelite in conseguenza del contatto con un soggetto sottoposto a vaccinazione iniziasse a decorrere non dal momento in cui la malattia si è manifestata, ma dal momento in cui è divenuta conoscibile, secondo l’ordinaria diligenza, la derivazione causale della malattia dal contagio con persona sottoposta a vaccinazione; Cass. 3444/1999.

Sentenza Cassazione, III Sezione Civile, n. 17350 del 2011
Sentenza Cassazione n. 17350_2011 vs. Re
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